La Pieve di Gropina: tra simboli oscuri e misteriosi ritrovamenti. Stampa

Oggi riprenderemo il viaggio che ci aveva portati a scoprire l’antica rete delle pievi valdarnesi, un percorso suggestivo che ripropone a grandi linee la viabilità etrusco-romana che caratterizza la parte destra del fiume Arno, nella fattispecie, la via consolare romana denominata Cassia Vetus.

Amico viaggiatore, se ti troverai mai a passare da queste parti, rimarrai incantato dallo stupefacente paesaggio che si dipanerà davanti a te lungo il tuo cammino; ma di lontano pace dicono al cuor le tue collina con le nebbie sfumanti e il verde piano ridente nelle pioggie mattutine (G. Carducci), riproduzione fedele della secolare interazione tra abilità e saggezza toscana e la natura circostante.

A sottolineare questa speciale alchimia tra terra e uomo in Toscana rimangono le parole eterne di Curzio Malaparte:

Sarà forse che i toscani non sono come i bovi che vedono tutto in grande, ma certo che non perdono mai di vista la misura del mondo, e i rapporti palesi e segreti, fra gli uomini e la natura.

E' ora di partire per questa nuova stimolante avventura che ci condurrà alle origini della nostra cultura, visiteremo uno degli edifici più significativi della regione Toscana, la misteriosa Pieve di San Pietro a Gropina, una matrioska di antiche culture che mostra come nel passato le diversità erano considerate occasioni di apprendimento e non elementi degenerativi, come ci insegna per esempio il pragmatismo romano, l’integrazione etrusca, la cristianizzazione Longobarda, ecc.

 

La Pieve di San Pietro a Gropina
Di queste mie affermazioni magari anacronistiche in questi tempi bui ne dà conferma proprio la storia della splendida Pieve di Gropina.

Ricordatevi, l’uomo che non conosce la propria storia non avrà mai reale conoscenza di se stesso e affronterà l’interazione con l’altro con la paura di un bambino che si trova di fronte all’ignoto.

Eravamo partiti da San Giustino, visitando la sua antica pieve, adesso andiamo verso Loro Ciuffenna ripercorrendo la Cassia Vetus. 2 km prima di arrivare a questo paese, sulla vostra destra in alto su di una verdeggiante collina, apparirà come un miraggio il vetusto edificio con tutto il suo misterioso fascino. Dopo 100 metri troverete un bivio sulla destra con l’insegna di Gropina, quella strada rappresenta il vecchio percorso oggi in disuso per le pessime condizioni in cui si trova (strada bianca piena di buche ma ancora percorribile con l’auto).

Comunque, se andate ancora avanti verso il paese di Loro Ciufenna, proprio prima di arrivare, troverete, sempre sulla destra, un altro cartello che indica la pieve di Gropina e ricorda anche che l’edificio che andrete a visitare è riconosciuto, per la sua importanza storico-etnografica, monumento nazionale. Questo percorso è asfaltato e non presenta problemi di percorribilità. Dopo 1 km di salita in mezzo alla foresta oscura, vi troverete davanti al caratteristico borgo di Gropina disseminato di fienili ristrutturati e case coloniche contadine ben curate, oltre alle poche costruzioni che formano il centro del borgo che abbraccia la piazza e la pieve.

 

Gropina

 

 

 

Qui regna sovrano il silenzio - questa è la cosa che per prima noterete – e un'insegna vi indicherà inoltre, 50 metri prima di arrivare al borgo, di parcheggiare l’auto in uno spiazzo situato sulla strada, sempre vuoto e non a pagamento. Grazie a questo escamotage è possibile vivere pienamente il misterioso luogo senza essere disturbati da amenità moderne (tipo Suv incastrati nelle strette stradine che cercano faticosamente di aprirsi varchi inesistenti strombazzando agli impauriti turisti, come mi è capitato di vedere in altri piccoli borghi medioevali toscani...).

La piazza dell’abitato coincide con l’entrata alla pieve; qui tutto è in completa simbiosi con i due principali protagonisti del luogo, l’edificio sacro e la natura.

Cerchiamo adesso di ricostruire mediante i documenti una sintesi della storia della Pieve di San Pietro a Gropina. Partiamo dal nome: sembra infatti che derivi dall’etrusco “Krupina”, che possiamo tradurre con popolo, abitato, paese. Come sappiamo gli etruschi avevano a lungo abitato questi meravigliosi luoghi, i quali permettevano a questi popoli di evitare le inondazioni del fiume Arno e le conseguenti zone paludose che venivano a crearsi con le relative malattie derivanti dalle acque stagnanti. Inoltre queste colline pedemontane erano ricche di sorgenti d’acqua e in molti casi creavano delle difese naturali (burroni, scarpate, strapiombi ecc.) necessarie per proteggersi dalle eventuali popolazioni ostili.

La leggenda popolare colloca proprio in questi luoghi un tempio pagano dedicato alla dea della caccia Diana.

 

I reperti archeologici trovati negli scavi nel sottochiesa, iniziati nel lontano 1966 dall’architetto Albino Secchi, non mentono e non inducono a fantasiose se pur suggestive mitologie popolari; lo stesso Secchi descrivendo i reperti venuti alla luce racconta:

Nel corso dei lavori di risanamento del piano pavimento della chiesa per le forti infiltrazioni di umidità, sono venuti in luce i due terzi di un impianto strutturale ad opera incerta, di una precedente chiesa ad una navata, absidata, su cui si innesta una navatella, di tarda esecuzione, anche essa absidata, collegata alla prima con colonne a fusto cilindrico in breccia di pietra scapezzata. Colonne identiche sono state rinvenute anche in altre chiese della provincia di Arezzo, avvalorando così l’ipotesi di trovarsi di fronte ad un impianto diverso da quelli tradizionalmente conosciuti e risalente con probabilità al periodo longobardo.

Studi fatti da esperti chiariscono maggiormente cosa effettivamente era venuto alla luce con i primi scavi del Secchi.

 

Navata centrale della Pieve di Gropina

 

 

Liletta Fornasari, attenta storica valdarnese, riporta nel suo magnifico libro “Antichi Percorsi in Valdarno”, quello che fu effettivamente ritrovato in quegli scavi:

Sebbene le antiche fonti tacciano a proposito dell’antica chiesa battesimale di Gropina, è possibile pensare che fosse anch’essa dedicata a San Pietro come le pievi longobarda e romanica costruite sulle sue fondamenta. La titolazione al primo vicario di Cristo è una delle più arcaiche e frequenti lungo le antiche vie romane, attraverso le quali il cristianesimo si è diffuso dalle città alle campagne, nonché utilizzate dai pellegrini cristiani diretti a Roma per compiere la visita alla tomba dell’apostolo.

Già questa spiegazione ci mostra l’antichità della fondazione della pieve di Gropina che è in effetti intitolata proprio a San Pietro, come le prime costruzioni sacre paleocristiane. Poi continua dicendo:

La primitiva chiesa di Gropina, di cui sono emersi i resti a seguito dei lavori di restauro degli anni Sessanta del Novecento, era ad una sola navata e misurava 13 metri in lunghezza e 7 in larghezza, esattamente un settimo dell’attuale edificio romanico. Essa può essere fatta risalire al V secolo d.C.

 

 

 

Liletta Fornasari svela qui i risultati finali degli scavi nel sottochiesa di Gropina; ne aveva parlato anche l’architetto Albino Secchi facendo un a lista di strutture antiche che piano piano venivano alla luce:

Nel proseguimento dei lavori di adattamento sono venuti in luce, più a monte, i resti di un’altra chiesa più piccola, ad una nave, che in parte occupa la superficie della nave maggiore del tempio altomedioevale e alla quale corrisponde per dimensioni l’abside. Nella struttura muraria di quest’ultima sono presenti mattoni romani identici a quelli ritrovati nella chiesa di S. Stefano in Anghiari, per cui , si potrebbe ritenere questo edificio coevo.

 

 

 

Quindi, ricapitolando, nel sottosuolo della chiesa durante gli scavi degli anni Sessanta sono state ritrovate le fondamenta di altri due edifici, uno di origine longobarda, l’altra di origine paleocristiana, niente male direi!

 

 

 

Ma nè Albino Secchi nè Liletta Fornasari fanno cenno ad altri ritrovamenti. Ed invece durante la visita agli scavi, accompagnato dai miei due amici Francesco Rodriguez e Marco Valentini, ho potuto osservare altri reperti ancora più arcaici; per esempio ad est delle absidi dei due antichi edifici (paleocristiano e longobardo) sono venute alla luce delle strutture murarie di epoca romana, con la presenza di un grosso dolio (vaso-tomba interrato) caratterizzato dalla deposizione dell'ossario contenente i resti cremati dei defunti e gli altri oggetti di corredo all'interno di un grande vaso da derrate in situ, tegole, frammenti di anfore e ziri (orci di notevoli dimensioni aventi la stessa funzione delle attuali botti di legno) ed ancora frammenti di sigillata aretina(ceramica di età romana caratterizzata da una vernice brillante di colore rosso o arancione.

 

 

 

Tra i centri produttori più antichi - I secolo a.C. - I secolo d.C.- e rinomati, si ricorda proprio Arezzo, i cui vasi, soprattutto quelli decorati a rilievo e firmati dagli artigiani, sono particolarmente raffinati e di ceramica figulina (ceramica con impasto fine di colore giallo chiaro o rosato, molto spesso con superficie brunita, levigata fino a divenire lucida), tutti elementi che ci portano a datare questo insediamento abitativo alla prima età imperiale romana.

 

 

 

La maggior parte dei reperti archeologici sono comunque riferibili alla costruzione longobarda; la Fornasari fa un analisi perfetta della situazione storica di quel periodo legandola ai reperti presenti nella chiesa:

La nuova pieve longobarda di Gropina aveva un’ estensione di circa la metà rispetto all’edificio romanico ancora visibile, ed era divisa in due navate, una principale ed una a destra, entrambe absidate e collegate a colonne a fusto cilindrico. Di essa la parte laterale destra è in parte nascosta oltre le fondamenta della pieve romanica. Ad essa sono da connettere due lastre sepolcrali pavimentarie in arenaria locale, sulle quali domina una croce intagliata con due braccia trasversali di poco più corte di quelle verticali. Frammenti di lastre coeve sono conservati nella canonica. Un reperto molto significativo è emerso nel 1970. Si tratta di una scultura a rilievo, anch’essa in arenaria locale, raffigurante una testa con la “zazzera” e con gli occhi bordati a mandorla, utilizzata come elemento di reimpiego in un muro di fondazione della chiesa romanica. Il frammento è particolarmente raro, sia per tipologia, che per i caratteri stilistici. Costruita secondo linee geometriche e caratterizzata nei capelli da “segmenti verticali a vimini”, elemento comune alla scultura longobarda, la testina è da ritenere di epoca coeva, rivelando affinità con una mensola ritrovata nel 1972 nella distrutta chiesa di Santa Maria in Avane a Cavriglia, in antico anch’essa dipendente da Nonantola (come la stessa pieve di Gropina), e nella quale è incisa una faccia barbuta dal profilo triangolare, peculiarità ricorrente della scultura longobarda.

 

 

 

 

Questo ancora non è niente! L’opera del periodo longobardo che toglie letteralmente il fiato a qualsiasi turista che mette piede nell’edificio è il pulpito, che si trova all’interno della pieve, la cui datazione (prima metà del IX secolo d.C) ci è rivelata dallo stesso sculture, sapientemente incisa sulla tavoletta sorretta da San Matteo che riporta questa parziale scritta (causa di un antico scheggiamento subito dalla pietra) pazientemente decifrata da Carlo Fabbri.

Lex ius

Presbit Erum Bernardum...

Mise Richordem. Anno Dominice

Incarnationis DCCCXXV I.R.F. Ecit

 

Pulpito della Pieve di Gropina

 

 

L’opera rappresenta un complicatissimo intreccio visivo-simbolico, dove ogni raffigurazione svela i misteri della fede, racchiusi in quella iconografia paleocristiana tanto cara alle popolazioni della campagna, legate ancora al simbolismo magico-propiziatorio dell’antica religione pagana.

Raro esempio di raffinatezza estetica e cura per il particolare, informa l’osservatore della preparazione tecnica e culturale dell’artista, la cui rappresentazione, strutturata come la trama di un sagace libro, trasporta l’osservatore nella dimensione teologica–iconografica del primo cristianesimo, mostrandone i dogmi fondanti, come per esempio la Trinità, la Pentecoste, la Fede ecc.

 

 

Adesso osserviamo attentamente il pulpito descrivendone le varie parti che lo compongono (strutturali e iconografiche) nel dettaglio.

La Base: Il pulpito è sorretto da due pilastri ai lati e da due colonne annodate (colonna ofitica).

Una delle colonne esterne presenta una figura zoomorfa, frontalmente e lateralmente decorata da figure concentriche geometriche di difficile interpretazione. Le due colonne annodate sono l’espressione simbolica del primo fondamentale dogma della religione cristiana, la Trinità, le due colonne rappresentano Dio e Cristo pilastri del mondo, il nodo che li unisce è lo spirito santo mistero dell’Incarnazione, a ribadire che c’è un solo Dio in tre persone uguali ma distinte. Questo è il motivo per cui l’artista pone questo messaggio proprio nella base portante della struttura del pulpito.

Nel capitello che è posto sopra le due colonne annodate, sono raffigurate dodici figure con mani alzate nell’atto di ricevere lo spirito santo, questa volta simboleggiato da lingue di fuoco poste nel fregio sopra il capitello. Le dodici figure sono ovviamente riferite agli apostoli mentre la scena è narrata negli Atti degli Apostoli dall’Evangelista Luca, rappresentato all’interno del fregio dal suo simbolo, il vitello o bue.

 

 

 

Il Corpo:Nel pannello frontale, sopra il fregio, c’è un corpo circolare che forma la parte principale del pulpito; nella parte bassa del corpo circolare, corre una fascia decorativa con rami di quercia, simbolo di forza e allo stesso tempo di salvezza.

Al di sopra della decorazione si trovano le raffigurazioni simboliche degli altri tre evangelisti, uno sopra l’altro: prima San Marco indicato dal leone, dopo San Matteo dall’uomo o angelo ed infine, sopra San Matteo, San Giovanni rappresentato dall’aquila.

Nel pannello laterale di sinistra è raffigurato in alto un uomo morso da due serpenti con in basso una sirena bifida.

 

 

 

Di questa raffigurazione ne da una doppia interpretazione Liletta Fornasari:

Alla forza della fede e alla resistenza del cristianesimo nei confronti delle avversità e delle tentazioni fa riferimento il pannello superiore, a sinistra. La sirena, figura ammaliatrice anche nelle fonti classiche, rappresenta la Tentazione contro la Fede, cui rimanderebbero anche i serpenti. E’ possibile dare anche un’altra interpretazione della figura di Gropina, facendo riferimento alle metope del Duomo di Modena. Queste rappresentano razze deformi, come i Cinocefali, gli Sciriti, i Panozoi e i Pigmei, alla cui presenza è stata data una soluzione ecumenica della salvezza, indicando come la Parola di Dio dovesse arrivare fino agli estremi confini della Terra... Gli esseri deformi delle metope erano stati già prima indicati nel Liber mostrorum del IX secolo. A questi rimanda la figura maschile del pannello di Gropina che, morsa da due serpenti, può essere un rappresentate dei Psili, razza immune dal veleno dei due animali dal momento che a questi ultimi venivano offerti fino da piccoli.

 

 

 

Nell’ultimo pannello della parte sinistra troviamo rappresentato un Serafino abbinato al simbolo dell’Agnus Dei.

Nei pannelli di destra sono raffigurati un sole che richiama direttamente la figura di Dio e dei cerchi circoncentrici, riferimento classico che assai probabilmente esprime l’idea del labirinto, passaggio obbligato per giungere alla salvezza.

 

 

Qui finisce la prima parte dell’articolo sulla Pieve di San Pietro a Gropina; non vi perdete il seguito, dove verranno analizzate le meraviglie della pieve romanica, farcite di storie misteriose come la testa pietrificata sulla facciata o come le oscure sculture che circondano meravigliosi capitelli e molto altro ancora!

 

 

 

Autore: Gianni Mafucci