I Luoghi e i rituali delle condanne a morte: una scia di dolore e sangue. Stampa

Cari viaggiatori, oggi ripercorreremo il tormentoso cammino dei rei condannati alla pena capitale; visiteremo angosciosi luoghi intrisi di dolore, grida e paura, capiremo il concetto medioevale di giustizia, le funzioni importantissime svolte dalla Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio detta dei “Neri”.

Partiamo subito dal percorso utilizzato per portare i condannati a morte ai patiboli.

 

 

Bisogna prima spiegare due cose importanti: la prima è che a volte le condanne venivano eseguite direttamente nel posto dove era avvenuto il reato, ce ne dà notizia Giuseppe Conti nel suo libro “Amori e delitti di nobiltà e di plebe”:

 

Ad un tratto, come la folgore, rapidissimo, senza che niuno avesse avuto tempo di vederlo, un uomo furibondo, come sorto dalla terra, piombò sullo sventurato Catelani, ed a colpi di stile (coltello) l’uccise, prima che il misero avesse avuto pur tempo di riaversi dallo spavento.

L’Amidei fu il primo ad accorrere in soccorso del Catalani, ma una subita pugnalata nel fianco sinistro. Fece lui pure cadere mortalmente ferito…….

Il Capitano di Giustizia, per dare subito una soddisfazione agli Amidei, che per essere di parte ghibellina eran sempre temuti poiché anche più audaci, condannò il Bonfigli ad essergli mozzo il capo, la mattina dopo, sulla porta stessa della casa, ove aveva commesso il delitto.

 

Questo accadeva nel 1283.

O come avvenne per la famosa congiura dei Pazzi, quando alcuni congiurati vennero fatti prigionieri e subito dopo impiccati alle finestre di Palazzo Vecchio, come ci racconta il Macchiavelli nelle sue “Opere”:

 

L’Arcivescovo intanto entrato dal Gonfaloniere, sotto colore di volerli alcune cose per parte del Papa riferire, gli cominciò a parlare con parole spezzate e dubbie: in modo che le alterazioni dal viso e dalle parole mostrava, generarono nel Gonfaloniere tanto sospetto, che ad un tratto gridando si pinse (spinse) fuori di camera, e trovato Jacopo di Messer Poggio (Bracciolini) lo prese per i capegli, e nelle mani dei suoi sergenti lo mise. E levate romore fra i Signori, con quelle armi che il caso somministrava loro, tutti quelli che con l’Arcivescovo (l’Arcivescovo di Pisa Jacopo Salviati) erano saliti ad alto (nelle sale di Palazzo Vecchio, quelle riservate al Gonfaloniere di Firenze), sendone parte rinchiusi e parte inviliti, o subito furono morti, o così vivi fuori delle finestre del palagio gittati; intra i quali l’Arcivescovo, i due Jacopo Salviati, e Jacopo di Messer Poggio appiccati furono.

 

Ne riporta notizia anche Stefano Sieni nel suo libro “I segreti di Firenze”:

 

Il boia si prendeva i vestiti e appendeva i ”quarti” (pezzi del corpo del condannato) agli alberi o ai canti. Era un terribile monito per la gente che passava.

Oltre ai supplizi sui patiboli ufficiali, molte sentenze venivano eseguite sul luogo del commesso delitto, nelle vie e nelle piazze.

 

La seconda cosa da chiarire è che a volte l’esecuzioni venivano eseguite direttamente al Bargello sede degli Otto di Guardia, come ci spiega sempre il Sieni:

 

A Firenze il Bargello era sinonimo di esecuzioni capitali e torture. Alle finestre del Palazzo penzolarono i corpi di molti impiccati. Parecchie decapitazioni furono eseguite sulla porta che dà su via della Vigna Vecchia, già chiamata via della Giustizia. Altre avvennero nel cortile interno, dove il ceppo era piazzato in un angolo, dalla parte dell’ingresso alle prigioni sotterranee.

 

Va spiegato inoltre, come riporta giustamente Luigi Prunetti nel suo libro ”Firenze dei Misteri”, che l’edificio rispondeva a diverse funzioni, tutte collegate all’esercizio della giustizia: era armeria, caserma, tribunale, luogo d’interrogatorio, e aveva celle per i detenuti in attesa di giudizio. Il periodo di detenzione al Palazzo del Bargello era comunque breve, perché appena emessa la sentenza, il reo veniva o trasferito in prigione o direttamente al patibolo. Ed ancora a conferma della precedente tesi:

 

 

Le esecuzioni, come vedremo erano effettuate generalmente fuori dalle porte, ma in taluni casi avvenivano nello stesso Palazzo di Giustizia (Bargello). I condannati aspettavano il momento fatidico nella Cappella di Santa Maria Maddalena (visitabile all’interno del Bargello), consolati dai confratelli della Compagnia dei Neri, quindi erano condotti nel cortile che al centro, vicino al pozzo, ospitava il palco con la forca e il ceppo. Spesso la sentenza era eseguita “aperta janua”, affinché il popolo assistesse al supplizio.

 

A Firenze ho trovato, inoltre, una sentenza interessante emessa nel 1501, il caso di “Antonio Rinaldeschi”. Il caso è importante perché ci spiega l’azione investigativa degli Otto di Guardia e la loro celerità nel risolvere i casi e inoltre ci fornisce un altro esempio di esecuzione non avvenuta nell’usuale piazza delle esecuzioni. Prima però vanno spiegati in maniera specifica i compiti spettanti a questo Ufficio e la sua evoluzione nel tempo.

 

L'ufficio degli Otto di Guardia fu istituito tra il 2 e il 4 settembre 1378 come magistratura straordinaria con compiti di sorveglianza e tutela della pubblica sicurezza all'indomani del colpo di mano che aveva annullato l'effimero regime creato dai Ciompi dopo il tumulto dell'agosto dello stesso anno.

Trasformati quindi in organo stabile della Repubblica fiorentina con deliberazione del 21 gennaio 1380, gli Otto mantennero e anzi accrebbero la loro importanza con la riaffermazione e il progressivo accentuarsi, dal 1382, del dominio oligarchico.


Composta da otto cittadini appartenenti alle Arti -inizialmente quattro per le maggiori e quattro per le minori- la magistratura costituiva nei primi anni una sorta di polizia politica. Inizialmente gli Otto ebbero compiti prevalentemente operativi ed esecutivi.

Per assolvere il loro scopo primario, che, come si è detto, consisteva nella difesa della sicurezza pubblica e del governo oligarchico, vigilavano e intervenivano, oltre che contro i malviventi comuni, contro sediziosi e presunti cospiratori, impedivano ai fuorusciti e agli sbanditi di rientrare in territorio fiorentino, tenevano sotto controllo stati e sovrani nemici. Si attivavano sia a seguito di denunce, che potevano anche essere anonime, sia ex officio. Svolgevano investigazioni, ricercavano e catturavano ribelli e indiziati potendosi spingere fino ad un primo interrogatorio dei catturati, che poi però, almeno in teoria, dovevano consegnare ai magistrati competenti. Raccoglievano informazioni riservate che poi trasmettevano in via spesso informale agli apparati di governo.

I loro compiti comprendevano inoltre attività varie mirate al mantenimento dell'ordine pubblico come l'emanazione e la vigilanza sull'applicazione di bandi relativi al divieto di circolazione durante le ore notturne, di porto illegale di armi, di gioco d'azzardo e di assembramento, i controlli durante l'elezione della Signoria perché le operazioni non fossero turbate in alcun modo né vi fossero interferenze, l'isolamento degli appestati, la gestione dei servizi di guardia in città e alle porte.
Fino alla metà del Quattrocento gli Otto ebbero incarichi in merito all'assoldamento, dislocazione e mantenimento delle milizie stanziate nel dominio e alla gestione delle fortificazioni, in ciò trovandosi a collaborare con altri ufficiali, tra cui quelli della condotta e i capitani di guerra.

In pratica, coordinavano e sostenevano la vigilanza sul territorio fungendo da organo di raccordo tra le diverse circoscrizioni amministrative e giudiziarie locali (podesterie e vicariati).
Nei casi di eccezionale gravità, soprattutto in occasione di guerre o rivolte interne, gli Otto, tutti o solo alcuni, furono spesso cooptati nella magistratura straordinaria dei Dieci di balia o a collaborare con essa.
Per l'ampiezza delle informazioni in loro possesso e la centralità delle loro funzioni ai fini dell'integrità e stabilità del regime, gli Otto furono chiamati spesso a partecipare alle Consulte e interpellati su questioni di politica estera, di alleanze militari, di condotta delle operazioni belliche e di elezione dei capitani di guerra.

Nel corso del Quattrocento, soprattutto dagli anni trenta-quaranta, l'ufficio subì una trasformazione decisiva, che portò i suoi poteri e le sue funzioni ad ampliarsi soprattutto in ambito giudiziario, seppur in maniera quasi sempre informale. In tal modo gli Otto di guardia e balia divennero di fatto la massima magistratura penale della Repubblica fiorentina e uno degli strumenti privilegiati dell'affermazione del predomino mediceo.

Dal 1434, d'altra parte, gli Otto detennero in maniera quasi permanente la "balia" e quindi la possibilità di agire in deroga alle procedure e alle attribuzioni loro riconosciute e imposte dalla legislazione ordinaria. In quell'anno ottennero inoltre la facoltà di perseguire chiunque rappresentasse una minaccia per il nuovo regime che, con il ritorno a Firenze di Cosimo il Vecchio, aveva significato la definitiva preminenza politica del partito mediceo.
Nel 1478, in un clima molto teso - basti ricordare che in quell'anno fu organizzata la congiura dei Pazzi - fu redatto lo statuto degli Otto, la cosiddetta legge gismondina (dal nome di uno dei compilatori, Gismondo della Stufa) nella quale furono raccolte e armonizzate tutte le disposizioni riguardanti l'ufficio che fossero state emanate fino a quel momento.

In tal modo si regolamentava l'attività della magistratura e se ne confermavano, legalizzandole, le prerogative più importanti, tra cui la possibilità di interferire nell'operato dei giusdicenti e anzi di servirsene attraverso l'impiego dei bollettini comandatari, la facoltà di cambiare, inasprendole, le pene comminate dai tribunali a colpevoli di reati di sua competenza, la licenza esplicita di emettere sentenze di condanna con l'ulteriore clausola che queste non dovessero essere necessariamente motivate né che dovessero essere pronunciate all'unanimità.

Nel 1502, eliminate di fatto le magistrature del Podestà e del Capitano del popolo, le cui competenze nell'ambito della giustizia civile passarono all'allora costituito Consiglio di giustizia, gli Otto assunsero il controllo pressoché totale dell'amministrazione della giustizia criminale. Nel medesimo anno, inoltre, estesero la loro giurisdizione anche a una parte dei reati, tra cui quelli di sodomia, che fino ad allora erano stati trattati dagli Ufficiali di notte.

 

Riprendiamo ora il caso di Antonio Rinaldeschi, il fatto è stato rintracciato in più fonti e testimoniato anche da un dipinto (?) che si trova al Museo Stibbert ed una copia è visibile anche nella chiesa di Santa Maria dei Ricci. Il primo documento che utilizzerò per illustrarvi la storia del Rinaldeschi è intitolato “Narratione dello excesso del Rinaldesco”, contenuto nel libro di “Entrata, uscita, debitori, creditori e ricordanze” dell’Opera della Madonna dei Ricci, scritto da Giovanni Landi, proprio nel 1501.

 

Ricordo chome insino a’ dì 11 di luglio 1501, passando Antonio Rinaldeschi per la piazzuola di Santa Maria Alberighi, richolse di terra una manata(un pugno) di stercho di chavallo ovvero d’asino, e quando e’ fu pasato la detta piazzuola e giunto nel chiasolino (chiasso-vicolo) che va nella via di Porzanpiero (Porta San Pier Maggiore), si voltò alla fighura della Nostra Donna Nunziata (la Madonna) che è dipinta sopra la porta di fiancho di detta chiesa, e gittogli quello stercho, el quale era alido (secco), mediante l’essere stato per aventura qualche dì al sole, e miracolosamente gliene rimase un pocho apichata (appiccicata) nella diademe sopra la collottola (lo sterco pur secco era rimasto ugualmente attaccato al diadema della Madonna posto sopra la testa), tanta che quai pareva una rosetta secha. Ed anchorara che ‘l detto Antonio non fusse da persona gittare simile sporcizia nella stessa Nunziata (dipinto della Madonna), e chome piacque a lei la chosa si scioperi, e’ venne a notizia a l’uficio degli Otto, e quali chonmetter (affissero) bandi, sotto grave pene, chi sapesse el detto Antonio e no’ llo insegniassi (non dicesse dove era), in modo ch’egl’ebono notizia che s’era fugito fuori di Firenze e in che luogho di che mandorono la sua famiglia (intesi come famigli cioè i poliziotti della repubblica fiorentina) a pigliarlo; e di che, chome el detto Antonio si vide sopragiunto dalla detta famiglia da sse medesimo si dette di uno choltello nel petto. Et chome piacque a essa misericordiosa Vergine, che non volle però che per tanto eccesso che quella anima si perdessi, el detto choltello trovò una chostola, in modo che non passò drento, di che e’ fu menatone preso a’ dì 21 di detto mese. E immediate fu disaminato (esaminato o meglio torturato solitamente con i tiri di fune) da’ detti Signori Otto, e quali lo trovorono colpevole, e lui medesimo si giudichò esser degnio della morte per tanto eccesso quanto egli aveva fatto; di che e’ lo sentenziarono alla morte, e detto dì fu impichato, circha a ore… (manca testo nel documento) alle finestre del Chapitano (del Bargello sede del Capitano del Popolo), e lasciato stare morto, e così inpichato insino alla mattina vengniente (del giorno dopo) che fu a’ dì 22 di detto (Luglio). E detta mattina messer Lodovico Adimari, vichario dello arcivescovo di Firenze, mandò… (manca testo), prete, a spichare (spiccicare) el detto stercho dalla Nostra Donna (dal dipinto della Madonna).

 

La storia ovviamente aveva fatto scalpore, e la ritroviamo in numerosi documenti tra cui uno molto interessante, perché ci arriva dai registi della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio, detta dei Neri, di loro però parleremo più avanti in maniera approfondita, qui riporto semplicemente la loro funzione primaria, quella di assistenza e sepoltura dei condannati a morte.

Il documento riporta velocemente l’esecuzione del povero Rinaldeschi:

 

Antonio di Giovanni Rinaldeschi. Inpiccato alle finestre del Potestà all’ore 2 di notte , 22 luglio. E quinci stette insino all’altro dì, che ci è la festa di Santa Maria Maddalena. Perché per disperazione imbrattò con sterco la figura di Nostra Donna agl’Alberighi. Et in detto dì, in quel luogo, la devozione e preghiere… concorso delle persone cominciò a seguire.

 

 

 

 

Come abbiamo potuto notare anche questa esecuzione viene eseguita al Bargello e un altro documento ci spiega la motivazione, “Seconda annotazione tratta dei registri della Compagnia dei Neri” 1637:

 

Per non esser dal popolo strascinato (linciato) chiedeva di gratia di essere impiccato ivi (al Bargello). Fugli fatta, e fu sotterrato al Tempio (cimitero della Compagnia dei Neri che appunto si chiamava di Santa Maria della Croce al Tempio).

 

Abbiamo visto anche con che rapidità stupefacente gli Otto di Guardia riuscirono a trovare, catturare, condannare e impiccare il nostro povero Giovanni Rinaldeschi.

Quello che non sappiamo ancora è il perché di quel forte gesto, scagliare sterco in una immagine sacra non era certamente cosa da poco nel 1500, che cosa aveva spinto il Rinaldeschi a compiere questo gesto inconsulto?

 

 

 

Gli autori del libro “Sacrilegio e Redenzione nella Firenze Rinascimentale: il caso di Antonio Rinaldeschi” W.J.Connel e G.Constable, da cui ho ripreso tutta la documentazione sopra riportata, ci spiegano anche la motivazione del gesto, visibile sia nel quadro che si trova al museo dello Stibbert sia leggendo altri documenti:

 

Nell’estate del 1501 luglio, nella città di Firenze, un cittadino di nome Antonio Rinaldeschi perse al gioco denaro e vestiti in una taverna chiamata il “Fico”. Lasciando la taverna, maledì il nome della Vergine. Poi attraversando una piccola piazza di fronte alla chiesa di Santa Maria degli Alberighi, si fermò per raccogliere una manciata di sterco secco di cavallo. Sopra l’entrata su un muro laterale c’era un tabernacolo con un affresco dell’Annunciazione (c’è ancora oggi, ma vi è stata posta una copia, l’originale si trova, invece, sull’altare maggiore della chiesa di Santa Maria dei Ricci, costruita proprio per ripagare l’offesa fatta alla Madonna dal folle gesto del Rinaldeschi).

 

 

 

 

 

Quindi perdere al gioco soldi e vestiti lo fece talmente infuriare da commettere quel gesto che lo portò diretto alla forca!!!!

Per dire tutta la verità lo portò alla forca anche l’aver tentato il suicidio ed un periodo storico condizionato da una accresciuta ansia nei confronti delle immagini sacre a Firenze che coincide con il periodo successivo alla morte di Savonarola.

 

Adesso lasciamo il nostro povero Rinaldeschi e concentriamoci sul vero tema dell’articolo, i rituali ed i percorsi riservati ai condannati a morte.

 

Solitamente il condannato appena catturato veniva portato nelle segrete del Bargello dove era interrogato mediante tortura.

Quali torture venivano usate? “I tratti di corda” era la pena corporale più utilizzata, il poveretto era legato per i polsi dietro la schiena da un’unica corda molto lunga e poi per mezzo di una carriola attaccata al soffitto veniva tirato verso l’alto in modo che il corpo gravasse tutto sulle giunture delle spalle. Per aumentare il dolore questi movimenti venivano eseguiti a scatti (cioè tirando su il corpo e rilasciandolo e fermandolo improvvisamente per aumentare il contraccolpo) provocando inevitabilmente la slogatura delle braccia, avvolte venivano anche applicati dei pesi ai piedi sempre per aumentarne il tormento.

Ovviamente chi era sottoposto pesantemente a questo supplizio rimaneva molto spesso invalido per il resto della vita. Altri allucinanti tormenti ce li descrive il Sieni :

 

A Firenze si rabbrividiva al solo pensiero degli “zufoli”, dei “tassilli”, della vigilia o della ”ligatura canubis”.

Con il congegno degli “zufoli” si rompeva la noce del piede. I “tassilli” erano pezzetti di legno impeciato, ai quali si dava fuoco dopo averli ficcati sotto le unghie del torturato. La “vigilia” era uno sgabello molto alto a punta di diamante, sul quale si impalava la vittima. Per “ligatura canubis” si intendeva una cordicella che legata al polso, lo stringeva sempre di più, per mezzo di una specie di argano.

Da non dimenticare i “tratti di corda” la famigerata “ruota” e la” tortura dei capelli”. In quest’ultimo caso, si legava la chioma del” paziente” ad una fune che pendeva dall’alto, sollevando da terra il torturato con tutto il peso del corpo.

 

 

 

 

 

La crudeltà era il denominatore comune di queste perverse torture, ma la cieca ferocia e l’accanimento a cui il reo andava incontro alcune volte superava qualsiasi immaginazione; sempre il Sieni riporta questa efferata brutalità:

 

Ecco le segrete del Bargello... Molti carcerati non ressero a quell’inferno e decisero di farla finita. Qualcuno ci riuscì, altri no. Come un certo Monte, originario del Casentino, che si piantò un ferro nello stomaco ma sopravvisse. Tramortito, fu impiccato ugualmente con procedura d’urgenza. Era il luglio del 1434.

 

Luigi Prunetti, ci spiega la motivazione di condanne così crudeli:

 

Nel caso poi di delitti particolarmente infamanti o di natura politica, i corpi dei giustiziati erano appesi ad appositi ganci infissi sulle mura del palazzo (quelle del Bargello). In tal modo anche la loro memoria veniva mortalmente offesa ed al popolo era offerto un esempio del rigore e dell’efficienza della legge.

 

Ed il Ciabani, “Torturati, impiccati e squartati”, racconta:

Il boia con i suoi aiuti, sistemavano il corpo sul tavolo e con più o meno abilità passava a separare i quarti a colpi di accetta che poi venivano esposti sul patibolo infilati su dei pali.

Qualche volta, quando il criminale aveva commesso più misfatti, i quarti venivano mandati nei luoghi dei commessi delitti.

...il boia ha appena finito di ridurre in quarti le spoglie mortali di un disgraziato che ancora pochi minuti prima parlava alla folla radunata, per compiangere i propri peccati o urlare la propria innocenza. La cavità addominale è stata svuotata e i visceri consegnati ai fratelli della Compagnia perché li sotterrino; i quarti, ancora grondanti sangue, avvolti in stracci, vengono caricati su un traballante carretto trainato da un asino. Giunto a destinazione il conducente, è pagato anche per questo, strappa gli stracci, che nel frattempo per la coagulazione del sangue si sono incollati ai poveri resti, e preso uno o più quarti gli <<appicca>> con dei lunghi cunei ad un albero, ad un palo, se non addirittura alle pareti di una casa. Giustizia è fatta!

 

Quindi l’efficacia e il rigore del rispetto della legge erano i motivi di tanta crudeltà e l’atto pubblico del tormento e dell’esecuzione rappresentavano il loro massimo esempio.

 

Va ricordato che alcuni reati venivano sanzionati non esclusivamente con la morte, ma mediante mutilazioni, come ci spiega sempre il Prugnetti: “ vi era l’evirazione con ferri roventi, il taglio della mano, del piede, del naso, la foratura della lingua, o l’estrazione dei bulbi oculari, effettuata con appositi ferri.

 

Adesso abbandoniamo le torture per ritrovare gli antichi percorsi ed i luoghi in cui il povero condannato era costretto a percorrere fino all’agognato patibolo cittadino.

Si partiva di consuetudine dal Bargello, dove lo sfortunato condannato era stato tutta la notte assistito dai membri della Compagnia dei Neri, come ci riporta tra gli altri Benedetto Varchi “Storia Fiorentina”:

Evvi eziandio la memorabile Compagnia del Tempio, chiamata de’ Neri, gli uomini della quale, dato che s’è il comandamento dell’anima ad alcuno, che deve esser giustiziato, vanno a confortarlo tutta notte...

 

 

 

Il luogo dove aspettavano tutta la notte si trovava all’interno del Bargello e per esattezza nella Cappella di Santa Maria Maddalena, visibile anche nel quadro che si trova al Museo Stibbert che ritrae la storia del Rinaldeschi.

 

 

 

Altro importante esempio viene riportato da Ser Giovanni di Bartolo Cecchi nel suo “Trattato a penna delle Confraternite” :

 

Quando il magistrato degli Otto, o altro Magistrato ha condannato alla morte qualcheduno, si manda la Sentenza al Bargello, e si fa sapere a quella Compagnia de’ Neri (così chiamata per l’abito che portano) che la sera raguni (raduni) gli uomini. Il servo di questa Compagnia và modestamente a bottega, o a casa di ciascuno, e questi di notte si ragunano in una Cappella (Santa Maria Maddalena), che è nel Palazzo del Bargello, e si vestono di tela nera con cappucci, che coprono loro la faccia. La famiglia (gli sbirri) del Bargello conduce il reo in Cappella, e quivi da un Caporale della sbirreria gli è fatto intendere, come egli deve morire, lasciandolo co’ piedi ne’ ceppi.


Allora gli uomini di detta Compagnia gli sono attorno disponendolo a poco a poco a confessarsi e prepararsi alla morte: e così stanno seco tutta la notte, cambiandosi ogni ora, e l’accompagnano sino, che muore, e morto lo sotterrano.

 

 

 

 

 

In un documento dell’Archivio Storico Italiano, si trovano alcune descrizioni molto interessanti sulle norme di sicurezza adottate durante la permanenza del condannato nella cappella del Bargello, come per esempio:

 

…perché nessuno entra in cappella, fuori che i Servi, i Cappellani, i Coretti e i Confratri. Anzi a tale effetto sulla porta del palazzo della Giustizia ponevasi un cartello colla scritta: Nessuno si accosti alla cappella mentre vi sono destinati alla morte.

 

Questo succedeva dopo la fondazione della Compagnia dei Neri cioè dal 1336, perché prima al condannato a morte gli veniva negata come segno ulteriore di disprezzo e condanna sia la Comunione Eucaristica sia la sepoltura in luogo sacro.

Fatto increscioso che viene riportato tristemente da più fonti come per esempio il Senatore Carlo Strozzi nelle sue “Raccolte”:

 

Lungo la strada, per la quale eran soliti passare quegl’infelici, che per giustizia a morte erano condannati, i quali allora senza, che alcuno li confortasse, o loro somministrasse in quel punto quel che era necessario per salute dell’anima, andavano alla morte senza alcuno aiuto spirituale.

 

E poi ancora Giuseppe Richa nelle sue “ Notizie istoriche delle chiese fiorentine” racconta:

 

A’ miseri dunque sentenziati a dover morire per loro misfatti, negavasi la sacra sepoltura, e quello, che fa più compassione, non si concedeva loro la Comunione Eucaristica, efficace, e necessario conforto dell’anima in quell’estremo, e quasi che l’ accostarsi alcuno ad essi fosse contrarre l’infame macchia del reo, si lasciavano gl’infelici andare al supremo supplicio totalmente abbandonati di umano, e di spirituale aiuto….

Ed essendo stata nel 1336 formata la Compagnia del Tempio, che era in quel tempo fuori della porta di San Francesco detta anche Porta Reale, vicino al Prato, o campo alla Giustizia alcuni fratelli di essa tocchi dall’infelice stato dei rei condotti a morire, e che andavano totalmente abbandonati, cominciarono ad accostarsi loro con qualche offerta di conforto all’anima ed al corpo, e soprattutto riducendo loro a memoria il necessario pentimento de’ peccati commessi, per così potersi salvare.

 

Giuseppe Conti nel suo racconto “Neri Bonfigli e Ginevra Amidei” (1283) riporta delle notizie estremamente interessanti:

E per colmo di pena, come allora si usava nei delitti più gravi, gli fu negato ogni soccorso religioso. Il Bonfigli, per quanto giovane animoso, pure fu scosso nell’udire che gli veniva negata l’assistenza d’un prete, in quegli estremi momenti….

Neri si spogliò da sé, e rimase con un farsetto di lana bianca e in maglie. Si levò dal seno un crocifisso, che a quei tempi, anche i più spregiudicati portavano al collo, e a quella immagine rivolse sommessamente l’ultima preghiera: I perfidi uomini, negandomi il conforto d’una parola cristiana, vogliono dannarmi anche nell’altra vita per sempre. Ma tu, mio Dio, perdona a me il mio delitto, ad essi la loro perfidia, ed accogli pietoso l’anima mia!

 

Quindi i condannati confessati e vegliati tutta la notte nella cappella di Santa Maria Maddalena venivano fatti salire su una specie di carro, accompagnati dal boia, dai suoi assistenti, dalle guardie e dai membri della Compagnia dei Neri, ovviamente seguiti da una moltitudine di curiosi che si accodavano al lugubre corteo che portava i rei al patibolo. Questo giro per la città era chiamato le “cerche”, dove il povero condannato era posto alla mercè pubblica, diventava una sorte di rappresentazione teatrale, ovviamente molto lugubre e reale, una catarsi collettiva, la città intera si trasformava in giudice e carnefice. Un esempio interessante lo possiamo trovare nell’Archivio Storico Italiano, di Deputazione Toscana di Storia Patria:

 

Un soldato piemontese della guardia andò sul carro. Fece le cerche. In una delle vie verso San Jacopo Corbolino gli fu tagliata una mano, e ritornò a fare il resto delle cerche, e in piazza fu squartato vivo su un palchetto. Aveva assassinato Piero, oste al Porco, suo amico, e datogli più colpi con un martello, sul luogo dove gli fu mozzata la mano.



1550. Ser Filippo di Guido Campani di San Godenzo notaio e Lazzaro di Giorgio pizzicagnolo. Fecero le cerche maggiori ( un percorso più lungo) con un capestro dorato per uno al collo. In sulla piazza di San Marco fu mozza la mano dritta a Ser Filippo per aver fatto dare una pugnalata a Ser Zanobi cancelliere della mercanzia. Poi fu tagliata la destra a Lazzaro per aver assassinata la serva di Messer Francesco......

 

Altro significativo racconto proviene sempre dal Conti:

La mattina del 27 agosto del 1606, si può dire che tutta Firenze nelle strade dal Bargello alla Porta alla Croce, per vedere quella donna nefanda che andava ad attaccare al capestro le sue iniquità.

Quando verso le otto, dalla porta del Bargello, che mette in via dell’Acqua, uscì la Lisabetta sul ciuco, tenuta a mano dal boia, denudata fino alla vita e con tanto di cartello sulle spalle dove era scritto”per omicidiaria” fu un urlo solo, di tutta la folla che inveiva, contro la mala femmina, in modo da soffocare anche il ragliare dell’asino, che s’era fermato in quattro, e non voleva andare più avanti, spaventato da tutta quella folla che fischiava. Il boia fece parte al somaro di qualche frustata destinata alla condannata, e allora si mosse.

Ad ogni frustata poi che il carnefice somministrava con zelo veramente esemplare, alla vecchia erano fischi tremendi ed imprecazioni e risate, poiché la vecchia era livida per le frustate, per la vergogna e per lo spavento della imminente morte.

Il carnefice batteva quella donna, ormai più di là che di qua, con una specie di voluttà, che appagava la folla. Tanto è vero che molti, dimenticando il suo ripugnante ufficio, gli dicevano spesso “bravo”, e lo applaudivano, come se fosse stato una persona perbene....

 

Questi importanti documenti ci permettono di vedere con gli occhi di un osservatore del tempo tutto quello che doveva passare un reo condannato a morte. Ci conducono per mano per quelle anguste strade dove urla, improperi, scherni, preghiere di salvezza e di morte accompagnavano il carro del morituro, una danza macabra che aveva i suoi movimenti calcolati e truci, occhio per occhio, dente per dente, e le “cerche” diventavano i “gironi danteschi”, l’infame Inferno trasportato per l’occasione sulla terra, a monito per tutti i cittadini che avessero avuto intenzione di delinquere.

 

 

 

 

Quindi il carro proseguiva fino al 1531 (quando furono spostati i patiboli in altre zone) per le vie fiorentine fino ad imbucarsi in via San Giuseppe, proseguendo per via dei Malcontenti (il nome della via prende il nome dei condannati a morte che percorrevano quella stradina per andare al patibolo). In fondo alla via era situata la Porta della Giustizia a poca distanza dalla Torre della Zecca, dove veniva coniato il fiorino d’oro che tanta ricchezza e potenza seppe dare alla Repubblica Fiorentina. Di fronte all’attuale Caserma Baldissera era posto il patibolo cittadino. Il posto occupato dalla caserma si chiamava “paretaio di Nemi” o “pratello” e come è possibile vedere dalla “carta della catena” le forche con il ceppo erano poste sopra un palco permanente in muratura.

 

 

 

Questo fu il primo luogo, posto fuori dalle mura, ad ospitare il patibolo cittadino e perciò vorrei spendere alcune parole nella descrizione di dove e di come si svolgeva il macabro rituale.

 

Nel 1361 la Compagnia dei Neri ebbe in dono dal Comune di Firenze un porzione di terra, accanto al patibolo, dove i confratelli di detta compagnia costruirono un cimitero per poter seppellire i corpi trucidati dal boia e che fino alla nascita della Compagnia venivano seppelliti in fosse comuni in terreno non consacrato, ed una cappella chiamata al “Tempio” (ancora oggi il lungarno in quel punto è chiamato al “Tempio”) ove i rei si fermavano a pregare di fronte ai magnifici affreschi di Spinello Aretino, che aveva rappresentato sulla facciata della chiesetta la “Passione di Cristo”. Purtroppo le demolizioni ottocentesche non salvarono ne la chiesetta al Tempio ne i suoi affreschi.

Per quanto riguarda, invece, le modalità di svolgimento dell’esecuzione, lo potrete leggere in questo esplicativo documento, trovato nell’Archivio Storico Italiano”, sotto il titolo “I giustiziati a Firenze”:

 

I Neri portano le fasce colle quali il carnefice ha da bendare l’afflitto. Mentre egli è intento a pregare, il Nero di servizio (confratello della Compagnia dei Neri) le butta, non veduto dal meschino (condannato) ad un tratto, al maestro di giustizia (boia), eppoi i fratelli si mettono fitti sul “pratello”, ed uno dei due che stanno ai fianchi del misero sale su con lui sul patibolo, sulla scala opposta al capestro, avendo cura di salire alto per fare andare in alto l’afflitto, e così, avuta la spinta, farlo meno soffrire.

Dovendosi tagliare la testa vien prescritto che i fratelli si dispongano in modo che il paziente non vedi la mannaja, circondandola e nascondendola finch’ei non sia bendato.


A norma della “Istruzione da praticarsi nel confortare i condannati” si fa dire al morituro, che ha già meditato i Gradi della Passione di Gesù Cristo, una preghiera chiamata la “Protesta” ; segue l’ultimo terribile istante. I fratelli coprono il cadavere, intuonano: “Omnes Sancti et Sanctae Dei”, e qui tacciono, disponendosi agli estremi uffici (la sepoltura del cadavere e relative preghiere) ed al ritorno. Il rito di morte è compiuto.

 

 

 

 

 

In che cosa consisteva la “Protesta”?

Era una preghiera in cui il condannato dichiarava di morire in grembo alla religione cattolica, e << se per l’affanno della morte, per tentazione del demonio o per qualsivoglia altra causa... io cercassi in disperazione bestemmia, o mormorazione di Dio... adesso per allora la rinunzio, annullo e revoco>>.

Chi poi recitava i Gradi della Passione in ginocchio guadagnava la bellezza di 80000 anni di indulgenza.

 

C’era anche una curiosa preghiera con la quale si invita il condannato a considerasi baciato dalla grazia divina perché informato in anticipo: <<in qual giorno, in qual ora, in qual momento>> debba morire. La preghiera continuava dicendo: <<Quanti vi sono stati nel mondo che hanno desiderato di sapere l’ora della loro morte, eppure né i principi colla loro potenza, né i ricchi colle loro facoltà, i letterati colla loro dottrina, sino gl’istessi santi non hanno potuto ottenere tale grazia colla loro santità>>.

 

Grazie ai documenti della Compagnia dei Neri abbiamo potuto raccontare, spero, in maniera chiara, tutti i rituali e le azioni svolte prima e dopo una condanna capitale, anzi la loro precisione nel registrare tutto quello che serviva durante l’esecuzione ci porta a leggere un ultimo interessante documento della Compagnia, un preventivo delle spese occorrenti per ciascuna esecuzione:

 

9 Lire al servo, per ispese a mano, cioè una boccia di acqua della regina ed aceto rosato(denari 6); biscottini (denari 6); confetti (denari 6); candele (denari 3 l’una).

Seguono altra cera per la Chiesa, due torce gialle, più altre spese, e cioè Lire 3 in spolverare la capella, manganelle e madielle; in isquotere le materasse, sacconi e coltroni e per due fiaschi di olio, avvertendo che di questo nell’inverno ci vuole di più.

Si aggiungano mezzo fiasco di moscado, granate e bende, fuoco per il caldano, e, d’inverno due caldani, la rimeditura (arrotatura del coltello) della cultella colla quale si taglia il canapo, la mancia ai due uomini che portano la fune della forca, necessaria per la esecuzione, alla Chiesa ed alla Cappella, e dalla Chiesa in Compagnia: erano i capestri che sia abbruciavano ogni anno per San Giovanni decollato. Alla cioccolata, moscado e biscotti, per sollevare i confratri dalle fatiche avute in cappella, pensava il Provveditore, procurando che la cioccolata fosse frullata e mesciuta dai servi.

 

Roberto Ciabani nel suo libro “La pena capitale a Firenze dal 1423 al 1759”,  ci spiega cosa veniva fatto mangiare al condannato:

 

Questi disgraziati con il corpo martoriato da attanagnamenti, bruciature e amputazioni, si fermavano, ammesso che ne avevano forza, per un ultima preghiera nella Chiesa della Compagnia, sempre aiutati, confortati e sostenuti dai Neri che si premuravano durante il tragitto, di dargli del vino liquoroso e il “panellino confetto” che le Monache di S. Niccolò preparavano espressamente, mentre prima di uscire di cappella (quella del Bargello), gli era stata somministrata una energica zuppa di vino bianco e pappa reale.

 

 

 

Per quanto riguarda i patiboli cittadini bisogna riportare che fino al 1529, la forca era situata, come abbiamo visto al “paretaio di Nemi”, di fronte alla torre della Zecca, poi il lungo assedio patito dalla città di Firenze ad opera di Carlo V (1529-31), con conseguenti modifiche delle mura per rafforzare le difese cittadine (venne infatti chiusa la Porta di San Candida o Porta della Giustizia, ed inglobata insieme alla chiesetta della Compagnia dei Neri da un possente bastione), portò lo spostamento provvisorio delle forche di fronte a Porta a Pinti, trovando poi una definitiva collocazione fuori da Porta alla Croce, dove si decise per ottimizzare i tempi di costruire un doppio patibolo, uno all’incrocio fra viale Gramsci e via Coletta, l’altro nell’attuale Piazza Beccaria, verso via Gioberti. Anche la Compagnia dei Neri, nel 1531, ottenne un nuovo edificio per seppellire e officiare messa. Grazie alla Compagnia del Bigallo, che donò ai “Neri” un vecchio ospedale situato in via Malcontenti in angolo con via San Giuseppe, poté sorgere la nuova chiesa, Santa Maria della Croce al Tempio, con annesso il cimitero per i condannati.

 

 

 

Lungo la via percorsa dai condannati a morte sorgevano spesso tabernacoli votivi, dove venivano fatti fermare i morituri per recitare alcune preghiere.

Ne abbiamo infatti uno situato dietro il bargello raffigurante San Bonaventura che distribuisce il pane ai carcerati del pittore Fabrizio Boschi, d’angolo tra via Ghibellina e via dell’Acqua, poi continuando per via Ghibellina all’angolo con via Isola delle Stinche troviamo un altro tabernacolo opera di Giovanni da San Giovanni dipinto nel 1616, raffigurante il senatore Serristori, il quale era il committente dell’affresco, che alla presenza di Gesù e di due magistrati paga il riscatto per un carcerato, ritenuta una delle sette opere di misericordia ed infine, il tabernacolo che si trova nell’incrocio di via Malcontenti con via San Giuseppe e via delle Casine, opera di un discepolo di Niccolò Gerini, rappresentante la Madonna con il bambino in Maestà in compagnia di San Pietro, San Giovanni e due splendidi angeli, affresco ben conservato e molto interessante, utilizzato anticamente come altare per celebrare le funzioni religiose del lazzaretto all’aperto che era situato proprio li vicino.

 

Questo era l’ultima fermata e l’ultima possibilità per il condannato di fare penitenza, perché dopo 100 metri si arrivava al patibolo del “Paretaio di Nemi” fuori dalla Porta della Giustizia, costeggiato dal lungarno al Tempio.

 

 

 

Cari viaggiatori queste sono le mappe che vi permetteranno di trovare con estrema facilità i percorsi, le chiese e i palazzi sopra citati. Come sempre buona avventura e ricordatevi che la Firenze Segreta è possibile scoprirla senza spendere un soldo, basta alzare la testa e guardarsi intorno e magari leggendo anche alcuni di questi racconti!!!!!

 

 

 

 

 

E adesso sacco in spalla e via verso una nuova avventurosa ricerca.

 

 

 

 

 

Autore: Gianni Mafucci