La Pieve di Gropina: Gli albori dell’Alto Medioevo Stampa

 “Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo”

Nell’articolo precedente ho descritto con cura tutto ciò che la Pieve nasconde all’interno delle sue fondamenta, ricostruendo l’origine probabile dell’edificio sacro. Tutto è nato da una visita fatta in estate all’interno degli scavi archeologici sottostanti la chiesa, che mi ha permesso di comprendere la complessa evoluzione della costruzione.

Un cammino che ci ha catapultati attraverso mille anni di storia, dalla Kropina etrusca, alla prima rifondazione romana (I sec. a.C.), fino alla realizzazione dell’edificio paleocristiano (V sec. d.C), fermandoci al secondo periodo longobardo (prima metà del IX sec. d.C).

Quanta bellezza è racchiusa all’interno e all’esterno di questa antichissima Pieve è da non credere, chiunque si recherà in questo meraviglioso luogo rimarrà inevitabilmente incantato.

Ricordo, inoltre, che questa zona offre prezzi accessibili a tutti i portafogli, cosa molto rara in Toscana, ed è estremamente vicina a molte città storiche (Firenze-Arezzo-Siena) che si possono raggiungere o mediante autostrada e superstrada, o, meglio ancora, attraverso l’antica rete viaria (come per esempio la già citata Cassia Vetus: Arezzo-Firenze) che vi farà capitare inevitabilmente in luoghi stupendi, sconosciuti alla grande massa turistica, con paesaggi incontaminati e la giusta quiete necessaria per osservare le innumerevoli meraviglie presenti.

 

Esterno dell'abside della Pieve di Gropina
 
Oggi, vi porterò alla scoperta dell’attuale Pieve di Gropina, una delle più antiche costruzioni romaniche della Toscana. Allacciatevi le cinture e partiamo trasportati dalla nostra macchina del tempo! Proiettati verso il X sec. d.C., periodo in cui l’ultima struttura sacra era ancora completamente visibile!

 

La più antica citazione della nostra pieve è una donazione che viene fatta da Carlo Magno all’Abbazia di Nonantola nel 780.

Il Repetti, nel suo Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana, riporta tutte le più antiche fonti che fanno riferimento alla Pieve di San Pietro a Gropina :


Risiede in poggio alla sinistra del torrente Cioffenna sulla strada maestra che da loro guida per il Borro al borgo di Laterina.

La chiesa di Gropina può noverarsi fra i tempii più vetusti del Cristianesimo conservati in Toscana. - Non parlerò del diploma attribuito a Carlo Magno a favore della badia di Nonantola, nel quale si nomina la pieve di S. Pietro a Gropina; nè dirò com'essa con tutto il suo territorio fu assegnata a titolo di benefizio al conte Guido di Modigiana per privilegio ottenuto dall'Imperatore Arrigo VI nel 1191, e ai di lui figli da Federigo II nel 1220 confermato. Neppure gioverà rammentare, che sino dal 1037, avevano podere nel piviere di Gropina gli Ubaldini del Mugello, tostochè uno di essi, nel giugno di detto anno ne alienò una parte ad Adalagia figlia di Petrone. (ARCH. DIPL. FIOR. Carte del monastero di S. Pietro a Luco).
Non starò tampoco a richiamare alla memoria come nel piviere di Gropina possedeva beni il monastero di S. Ellero sotto Vallombrosa, al quale furono confermate con un diploma nei 26 febbrajo 1191 concesso dall'Imperatore Arrigo VI.

 

Gropina

Anche Liletta Fornasari nel suo libro, Antichi Percorsi del Valdarno, riporta:

 


L’uso persistente della viabilità nel Valdarno Superiore di destra a riguardo delle Sette Ponti è confermato dalla già ricordata donazione della Pieve di Gropina all’abbazia di Nonantola, fatta da Carlo Magno nel 780 d.C., insieme ad alcuni terreni nei pressi di San Giovanni e all’abbazia di Santa Maria in Mamma, detta anche la Badiola. Essa è considerata la più antica costruzione del Valdarno.

 


 


Attorno all’anno Mille, si verificò la ripresa dell’importanza territoriale delle Pievi, con un’azione generalizzata di ricostruzione delle antiche chiese che termina intorno al 1200. Questo fenomeno avvenne grazie ad una crescita economica dei vescovadi e dei monasteri, che investirono ingenti somme nella ricostruzione delle antiche pievi del contado.

Proprio a questo periodo risale l’impianto romanico ancora visibile nella Pieve di Gropina; che, come dice la Fornasari:

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Pieve di Gropina

 

Il Repetti, come abbiamo visto, indica altri antichi documenti che riportano la storia medioevale della pieve.

Lo storico Alfio Scarini, descrive con maggiore chiarezza i contenuti di queste fonti:

 

 

Tuttavia la più antica memoria di Gropina è una donazione fatta da Carlo Magno all’Abbazia di Nanontola del 780. Il documento è apocrifo, ma il contenuto secondo il Muratori, sarebbe autentico. La prima memoria sicura è una carta dell’Archivio Capitolare di Arezzo del 1016 dove si dichiara che Pietro figlio di Gerardo avrebbe venduto un pezzo di terra situato in a beneficio di quella chiesa. In un'altra pergamena del 1022 si dice Rainiero e Alberto avessero alienato un appezzamento di terreno per darlo alla Chiesa. Nella medesima zona, cioè in <> l’illustre famiglia degli Ubertini possedeva molti beni dei quali gran parte fu donata all’Abbazia di Santa Trinità in Alpe.

Anche i Monaci dell’Abbazia di Soffena avevano beni nel piviere di Gropina; un tal Renuccio di Ranieri della famiglia degli Ubertini conferma con solenne promessa di rispettare le terre e le vigne dei Monaci. Nella stessa zona chiamata<> i Monaci del Monastero di Sant’Ellero vicino a Vallombrosa , possedevano alcuni appezzamenti di terreno che furono loro confermati dal re Arrigo VI col rescritto del 26 Febbraio1191. Lo stesso Re Arrigo VI con un privilegio del 25 Maggio 1191 concedeva al Conte di Modigliana Guido Guerra e l’Imperatore Federigo II nel 1220 lo confermava a favore dei suoi figli. Infine l’Imperatore Federico II nel 1247 riconfermò il privilegio a favore del Conte Guido Pace; ma questi lo cedette nel febbraio 1316 per 4000 fiorini a Gerezzo di Agnolo insieme con i castelli di Roccaricciarda, Trappola, Poggio, S. Clemente e Montelungo.


Adesso però entriamo in punta dei piedi nell’edificio, per scoprirne tutte le sue meravigliose e misteriose opere...

Entrando all’interno noterete la flebile luce che filtra attraverso le tre monofore dell’abside e una bifora posta nella facciata dell’ingresso della chiesa, tutte chiuse con vetro di alabastro.

 

Bifora con vetro di alabastro (esterno)
 
Bifora con vetro di alabastro (interno)

 

La Pieve è posta da ovest verso est in modo che l’abside possa ricevere il primo sole mattutino, riversandosi lentamente all’interno delle tre ampie navate, di cui la centrale misura precisamente il doppio delle laterali, determinate da dodici possenti colonne di pietra (lo stesso numero degli apostoli) ricavate ognuna da un unico macigno, con i loro bellissimi capitelli raffiguranti storie pagane e cristiane, che fanno parte del programma di salvezza dispiegato nell’intera costruzione della pieve di Gropina.

Il tetto, a due spioventi, è a capanna ed è sorretto da robusti travi e capriate in pieno stile romanico.

 

Interno della Pieve

 

L’abside, di forma semicircolare, è di una misteriosa bellezza che affascina e sorprende: una costruzione di pietra che esprime leggerezza e grazia, mediante un gioco di arcate cieche intervallate da lesene. Queste due serie di arcate, sono sorrette da colonnine sovrastate da iconografici capitelli di difficile interpretazione.

 

Abside

 

Visitatori!! Osservate gli antichi capitelli delle dodici possenti colonne principali, lì si racchiude un intero bestiario medioevale unito a scene del Vecchio e del Nuovo Testamento.

Ma, quale era la motivazione di questi mostri orripilanti presenti in questi luoghi sacri?

Quale funzione dovevano svolgere?

Questa domanda se l’era posta anche San Bernardo (Apologia di Gugliemo):


Che cosa fa nei chiostri :::quella ridicola mostruosità, quella specie di strana formosità deforme e deformità formosa? Che cosa vi stanno a fare le immonde scimmie? Oi feroci leoni? O i mostruosi centauri? O i semiuomini? O le maculate tigri?...Si possono vedere molti corpi sotto un'unica testa e viceversa molte teste sopra un unico corpo. Da una parte si scorge un quadrupede con coda di serpente, dall’altra un pesce con testa di quadrupede. Lì una bestia ha l’aspetto del cavallo e trascina posteriormente una mezza capra, qui un animale cornuto ha il posteriore di un cavallo. Insomma appare dappertutto una così grande e strana varietà di forme eterogenee, che si prova più gusto a leggere i marmi che i codici e a occupare l’intera giornata ammirando a una a una queste immagini che meditando la legge di Dio”.


Umberto Eco nel suo libro “Storia della bruttezza” ci spiega con esattezza lo sviluppo culturale che aveva portato l’uomo medioevale ad una vera e propria redenzione del mostro:


Come venivano intesi dai monaci devoti quei bruttissimi mostriciattoli?

Certamente come saranno goduti anche nei secoli successivi altri esseri deformi in margine alle pagine miniate e sui capitelli delle chiese romaniche. I medioevali trovano attraenti questi mostri così come noi facciamo con gli animali esotici del giardino zoologico. In effetti il mondo cristiano aveva proceduto ad una vera e propria redenzione del mostro. Agostino ci diceva che i mostri erano belli in quanto creature di Dio. Lo stesso Agostino (nella Dottrina Cristiana) aveva cercato di regolare l’interpretazione allegorica delle Sacre Scritture avvertendo che bisogna subodorare un senso spirituale oltre quello letterale quando il libro sacro sembra perdersi in descrizioni apparentemente superflue di pietre, erbe e animali. Ma per capire quale sia il senso spirituale di una pietra preziosa o di un animale, occorreva possedere una “enciclopedia” che dicesse qual era il significato allegorico di quelle cose. Erano così nati i Bestiari moralizzanti, in cui a ogni essere menzionato (e non importa se reale o leggendario) veniva associato un insegnamento morale.


Capitelli di destra: Maestranze Campionasi (scultori provenienti dalla zona di Campione in Svizzera, descrizione di Alfio Scarini).


Accanto alla parete di destra, il semipilastro reca scolpita una scrofa che allatta quattro maialini, che rappresenterebbero le stagioni, mentre la scrofa indicherebbe invece l’abbondanza (o la madre Chiesa) che, secondo una consuetudine barbara, era sacrificata per propiziarsi un buon raccolto.

 

Capitello del semipilastro della parete di destra: scrofa con 4 maialini
 

 

Sul lato destro abbiamo una lupa con la bocca aperta e sul lato sinistro un lupo che con denti affilatissimi e sguardo truce azzanna una pecorella. Questo capitello è di derivazione romana.

 

Capitello del semipilastro della parete di destra: lupa, lupo e pecorella
 

 

La prima colonna di destra reca scolpiti cavalieri in arcioni, armati di scudi e lance, che combattono contro due figure demoniache contorte e piegate. Dagli angoli del capitello si sporgono quattro figure spettrali ignude. Il cavaliere privo di scudo pare che fosse l’Imperatore Teodorico, effigiato in simile posa anche nella chiesa di San Zeno a Verona. Questo capitello è di derivazione barbarica.

 

Prima colonna di destra: cavalieri in arcioni

 


La seconda colonna di destra è denominata dei leoni o delle tigri. I due animali sono scolpiti simmetricamente uno di fronte all’altro. Quello di destra azzanna con ferocia la guancia dell’altro che mostra i denti per il dolore.

 

Seconda colonna di destra: leoni o tigri

 


La terza colonna raffigura dei grappoli di uva dagli acini molto ravvicinati o, secondo altri, delle pine.

 

Terza colonna di destra: grappoli d'uva

 

La quarta colonna è quella che si trova sopra il pulpito e vi sono scolpite quattro aquile con le ali aperte a metà che tengono una preda con gli artigli. Tra le aquile sorge un fiore. L’aquila pare simboleggiare l’intelligenza o lo spirito; la preda, la materia; perciò lo spirito deve dominare la materia.

 

Quarta colonna di destra: aquile con fiore

 


La quinta colonna è rettangolare e non porta alcuna scultura; forse da qui aveva inizio il presbiterio.


Anche la sesta colonna di destra è rettangolare e ripete il motivo delle aquile viste nella quarta.


Appoggiata alla parete della tribuna c’è il semipilastro che porta nel capitello scolpite foglie di acanto delle quali una graziosamente lavorata, un’altra appena iniziata e le rimanenti lisce. Con le foglie di acanto a Roma si onoravano i vincitori; qui vogliono onorare Cristo vincitore della morte.

 

Semipilastro con foglie di acanto

 


I capitelli di sinistra mostrano l’opera di lapicidi di diversa e più matura cultura artistica e sembrano derivare dallo stile del grande scultore romanico Wilgelmo, attivo presso il Duomo di Modena.

Il primo capitello di sinistra, situato nella semicolonna partendo dal fondo della pieve, reca la figura del mostro mitologico etrusco della Chimera, con testa e corpo di leone, una testa di drago o capra nel dorso e la coda di serpente. Le teste vorrebbero rappresentare la forza e la coda di serpente l’astuzia. Questo capitello è di origine etrusca.

 

Primo capitello di sinistra: La Chimera

 


La prima colonna ci mostra motivi floreali con foglie d’acanto.


Nella seconda colonna, insieme alle foglie di acanto, si intravedono maschere di diavoli cornuti, un volto umano e due di animali.

 

Seconda colonna di sinistra: maschera di diavolo cornuto
 
Seconda colonna di sinistra: Green Man!

 

Fabrizia Landi nei suoi studi riguardanti l’archeologia medioevale (“Un Green Man a Gropina”), con maestria straordinaria, ci introduce all’interpretazione di questa fantasiosa composizione simbolica:


La pieve di Gropina, oltre ad essere uno degli esempi più belli del romanico in Valdarno, è ricca di particolari poco noti che suscitano la nostra curiosità. Il più misterioso è senza dubbio ciò che appare nel capitello della seconda colonna a sinistra: teste semi-umane e animali, circondate da grandi foglie arricciate, che secondo un’interpretazione corrente rappresentano le forze del male da cui l’uomo dovrebbe guardarsi. L’autore è un buon lapicida di origine o di formazione provenzale, e lo eseguì intorno al 1170. Ma ecco la particolarità: qui, nel cuore della Toscana, si trova la sopravvivenza di un antichissimo culto pagano della primavera, impersonato da una figura che gli anglosassoni chiamano Green Man (il nome è relativamente recente, risale al 1939 con l’articolo The Green Man in Church Architecture, pubblicato da Lady Raglan in “The Folklore Journal”): un culto che si perde nella notte dei tempi e che si trova in molte culture in tutto il mondo, dall’antica Roma all’India – dove appare nell’VIII secolo in un tempio del Rajasthan – alla Germania, dalla Francia all’Indonesia, dall’Inghilterra a Israele, con i Green Men delle chiese templari a Gerusalemme (sec. XI).

Il Green Man è un volto circondato, o fatto, di foglie, e spesso fa uscire tralci dalla bocca o anche da orecchie, narici, occhi, proprio a significare la rinascita della vegetazione in primavera; è una figura molto popolare nel mondo anglosassone, dove appare in edifici di ogni genere.

Al Green Man sono collegate divinità come i celtici Cernunno e Viridios o il latino Silvano e figure mitiche di area celtica: Derg Corra, Jack o’ the Green, lo shakespeariano Puck… fino a personaggi favolosi quali Robin Hood, Peter Pan, Sir Gawain (ser Galvano, uno dei cavalieri della Tavola Rotonda), e addirittura una figura insospettabile, realmente esistita: San Giorgio, il vincitore del drago, che in area britannica veniva chiamato anche Green George, lo spirito della primavera (il greco Georgius significa “coltivatore della terra”, quindi Giorgio come fertilità e rinnovamento).

Ma a Gropina? Cosa ci fa a Gropina un Green Man, anzi alcune delle sue variazioni sul tema, visto che sul capitello sono raffigurate teste di satiro, felino e caprone? La presenza di Green Men nelle chiese cristiane è uno dei numerosi adattamenti di culti e miti pagani a cui si sovrappongono significati attinenti alla nuova religione: così vi sono Green Men con la testa del Cristo (nella chiesa di Lincoln, Gran Bretagna) o addirittura Madonne col Bambino (ancora in Gran Bretagna, nella Lady Chapel di Ely); ma a questi significati “in positivo” fanno eco i simboli del male e del peccato, e proprio così dev’essere inteso il capitello di Gropina: il felino (il male, la violenza), il caprone (il demoniaco) e il satiro (la falsa religione, il paganesimo) avvertono l’uomo medievale dei pericoli da evitare; la loro presenza significa anche la negazione del potere sotterraneo e demonico da parte della Chiesa.

La scelta di questo “lato oscuro” del Green Man piuttosto che di quello positivo della rinascita, dell’unione dell’uomo con la terra, fa parte del programma di salvezza dispiegato nell’intera pieve di Gropina; gli antichi dei non sono morti, ci guardano dai boschi e i loro volti appaiono talvolta tra le fronde.


Nella terza colonna sono svolte figurazioni di ordine storico, tra ampie foglie angolari.

Nella parte che guarda la nave maggiore è rappresentato il Cristo Benedicente dentro la mandorla (ma qual’è il significato profondo veicolato dalla Mandorla Mistica? Cosa lega a livello astratto tanto la sua presenza nell’intelaiatura del Cosmo quanto i suoi molteplici utilizzi iconografici? Per comprenderlo è necessario analizzarne l’origine grafica: la Vescica Piscis nasce dall’intersezione di due cerchi, sul piano bidimensionale o due sfere, nello spazio tridimensionale. Perciò, essa segna e rappresenta visivamente l’incontro e la compenetrazione di due mondi o dimensioni dell’essere. Essa è il nucleo unitario preesistente alla separazione degli opposti, yin e yang, o la loro riunificazione. Rappresenta perciò una sintesi, e l’abbandono o il superamento di ogni dualismo. Così se abbinata al Cristo o ad altre figure messianiche degli antichi culti misteriosofici, la Mandorla Mistica ne paleserà la duplice natura, divina e umana, riunita);

 

Terza colonna di sinistra: Cristo Benedicente dentro la mandorla

 

nella faccia verso l’abside compaiono tra fogliami il busto di San Pietro (patrono della chiesa di Gropina) con in mano le chiavi del Paradiso e la testa di San Paolo; nella parte verso la nave minore, possiamo osservare la scena mitologica di Sansone che cavalca il leone e lo sbrana, simboleggiante il Cristo che sconfigge il male, spezzando il vincolo della morte aprendo le porte del Paradiso; nella parte che guarda la facciata è rappresentato S.Ambrogio (uno dei quattro massimi Dottori della Chiesa) con un lungo rotolo della Nuova Legge.

 

Terza colonna di sinistra: Sant'Ambrogio
 
Terza colonna di sinistra: Sansone
 
Terza colonna di sinistra: Santi Pietro e Paolo

 


La quarta colonna di sinistra reca nel capitello quattro figure sedute, una maschile e le altre femminili. Questo capitello rappresenta il castigo della lussuria, con il giudice infernale, raffigurato come un vecchio che si tira la barba, secondo un gesto di ira di antica origine, con tre donne dalle lunghe chiome spioventi e altrettanti draghi dalle code biforcute che ne succhiano i seni.

 

Quarta colonna di sinistra: Il Castigo della Lussuria

 


La quinta colonna è rettangolare come quella sulla destra.


La sesta colonna porta scolpite ampie foglie di acanto.


La semicolonna appoggiata al muro di fondo mostra nel capitello larghi fogliami.


Concludiamo la nostra visita con la descrizione della facciata della pieve, che è formata, come del resto l’intero edificio(esterno ed interno), da grossi massi di pietra arenaria di colore scuro; partendo dal basso è possibile osservare sopra l’architrave del portone di ingresso, un serafino coperto dalla proprie ali, esso fu aggiunto, come riporta lo Scarini, quando il Capitolo Metropolitano fiorentino ricevette in beneficio il Piviere di Gropina da Papa Leone X della famiglia dei Medici, il quale, al centro della facciata, fece scolpire il proprio stemma recante la data 1522.

 

Pieve di Gropina
 
Serafino
 
 Stemma della famiglia dei Medici

 

Sopra allo stemma si può osservare una bifora ed a i suoi lati due monofore, tutte e tre le aperture chiuse con pietra di alabastro.

In centro facciata, sopra la bifora, possiamo osservare un grande rosone chiuso e sopra di esso una testa in marmo bianco, su cui gli studiosi hanno fatto mille ipotesi, una delle quali racconta che la testa raffiguri il volto di Matilde di Canossa; quasi certamente il manufatto è un reperto ritrovato nella zona. Ci troviamo infatti nell’antico territorio di Matilde di Canossa, la Grande Contessa, che a nove anni rimase, nel 1055, erede di un feudo che si estendeva da Mantova a Lucca, a Firenze, fino alle foci del Po. Queste terre hanno giocato un ruolo importante nella disputa tra Papato e Impero e sembra che la Contessa, che aveva aderito alla causa del Papato nella dura lotta per le Investiture, abbia fatto ricostruire molte antiche pievi del Valdarno Superiore, le quali si trovavano ormai quasi nella totalità da restaurare o ricostruire.

 

Testa in marmo bianco sulla facciata della Pieve

 


La torre campanaria di Gropina è di forma quadrata e sopra una porta si legge la data della sua costruzione, 1233. In alto la torre è dotata di una grande monofora, in basso, invece, presenta delle aperture sottili come feritoie. Il campanile è di stile goticheggiante, già diffuso in quel tempo.

 

Gropina

 



Questo è tutto, cari viaggiatori, se vi sembra poco! Questo misterioso luogo richiama frasi messianiche ed inquiete paure: “Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo” (Giacobbe).

Vestitevi e partite, presto!

 

Gropina

 


Ricordatevi che se invierete le foto dei luoghi presentati in tutti gli articoli esistenti nel nostro sito, queste saranno prontamente pubblicate, soprattutto quelle con i vostri volti sorridenti, rilassati, segni inconfondibili del relax da viaggiatore.

 

 

Buoni acquisti tipici a Gropina

 


Scrivete anche i vostri commenti del viaggio e inviateli all’indirizzo mail del sito, saranno inseriti come contributi per l’arricchimento dello stesso, in uno spazio ad essi dedicato! A presto, alla prossima avventura...



 



Autore: Gianni Mafucci