San Leo: antichi sacrifici pagani e alchimie del Conte Cagliostro Stampa

La nostra visita a San Leo prosegue, entriamo insieme in paese e continuiamo il nostro viaggio alla scoperta dei segreti e delle magìe di questo incantevole borgo...


Ingresso a San Leo

· Tra la Cattedrale di San Leone e la Torre si trova un altro monumento antico, un'ara sacrificale, a sottolineare la vetusta storia di questo posto. Molti studiosi si sono confrontati per capire cosa esattamente fosse, chi per esempio sosteneva che poteva essere semplicemente una vasca di raccolta delle acque anche se la presenza di canaline di scolo fa subito escludere questa prima ipotesi, altri la consideravano una ghiacciaia, ma sia la forma che i fori presenti nei lati della vasca, come se sopra di essi ci fossero stati inseriti degli idoli a protezione, sia la sua posizione in declivio rispetto al Monte guardia, fanno pensare proprio ad un ara pagana.

Ara sacrificale di San Leo

Il Gorrieri scrive a proposito della vasca:

Fra la Torre e il Duomo si può vedere, scavata nella roccia, una grande vasca quadrangolare con un'apertura in basso. Attiguo a questa, ad un livello superiore, si direbbe tagliato nella roccia per un uso particolare, vi è un pianoro inclinato con due canalini che convergono scendendo verso la vasca stessa. L'ubicazione e i dettagli (pianoro con canalini, fori nella roccia lungo i quattro Iati che suggeriscono la presenza di idoli disposti tutt'attorno) nonché la somiglianza con altre cavità artificiali che si trovano su diverse alture della zona, sono elementi che fanno pensare ad un luogo di culto pagano.

Si può pensare che sul piano roccioso si uccidesse la vittima per il sacrificio e che i canalini che lo solcano convogliassero il sangue nella vasca, dove misto all'acqua, serviva per le abluzioni rituali.

AI posto della torre, cioè nel punto più alto dove uno spuntone di roccia si eleva sullo spiazzo erboso circostante, non è difficile individuare la zona dell'altare in cui la vittima doveva essere offerta in olocausto.

La vasca sacrificale si trova tra la cattedrale e la torre campanaria, scavata nella roccia del Monte Guardia


Che nel periodo medioevale la vasca fosse stata poi utilizzata per le abluzioni è sicuramente possibile, ma gli elementi tutti insieme (viste altre are non soltanto italiane) portano alla conclusione ragionevole che quella sia proprio un’ara pagana, utilizzata per raccogliere il sangue della vittima sacrificale.

· Posta ad angolo dalla piazza principale (Dante Alighieri), si trova il Palazzo Nardini.

La parte che riguarda la struttura centrale del palazzo è di origine duecentesca, la parte nuova (causa ampliamento dell’edificio in epoca più tarda) è di stile tardo-rinascimentale e si presenta con facciata severa, senza abbellimenti, ci sono solo i quattro portali a tutto sesto con architravi in pietra, bugnato, nel tipico stile toscano già visto per gli stessi palazzi Della Rovere e dei Medici.

Palazzo Nardini


L’interno presenta un tipico pavimento in cotto, ringhiere in legno di noce e soffitti a cassettone. L’importanza di questa costruzione civica, pur essendo un buon esempio di edificio tardo-rinascimentale, è legata ad un avvenimento storico molto importante, accaduto proprio all’interno delle stanze di questo palazzo.

Era la mattina dell'8 Maggio 1213, quando due frati francescani, venuti a sapere la sera prima di una festa per l’investitura a cavaliere del nobile Montefeltrano II da Montefeltro, appartenente al popolo di San Leo, decidono di affrontare la irta strada per diffondere il Vangelo. I due sono Fra Leone e San Francesco d'Assisi. Stanno arrivando dopo l’interminabile salita (la stessa che farà Dante circa un secolo dopo) alle porte del borgo, si dirigono, poi, verso la fonte della piazza, giorni profumati di primavera, tutto il paese era in fermento, il popolo curioso aspettava impaziente la gara dei menestrelli.

Mentre Fra Leone osservava la moltitudine di persone radunatesi in piazza, Francesco decise che era il momento per parlare a tutti del Vangelo, dell’importanza dell’amore di Dio, fece un salto è salì su di un muretto e da là sopra tenne una predica sul tema di una canzone amorosa profana del tempo, “Tanto è il bene che m’aspetto ch’ogni pena m’è diletto”. Come sempre Francesco aveva utilizzato la lingua e la canzone popolare, efficacissimo metodo per far comprendere le parole del Vangelo a tutto il popolo.

Giullari del Mondo - San Leo incontra Francesco (manifestazione 2008)


Tra i presenti che ascoltavano rapiti le parole del frate, c’era il Conte Orlando Cattani da Rocca di Chiusi, il quale finita la predica, volle parlare subito a Francesco. Il Conte infatti aveva sentito subito una crescente necessità di comunicare le sue profonde emozioni al fraticello e di aprigli il cuore sui fatti della propria anima. Francesco fu molto contento di parlare con il nobile Orlando, ma lo invitò a rispettare prima di tutto i suo impegni di cortesia con queste parole: Onora gli amici tuoi che ti hanno invitato per la festa e desina con loro, e dopo desinare parleremo insieme quanto ti piacerà.

Scorcio di San Leo


Il Cattani appena conclusi i festeggiamenti invitò il frate nelle stanze del Palazzo Nardini, dove i due parlarono di Dio, del suo immenso amore e di altro ancora per molte ore. Alla fine il Conte volle ringraziare Francesco con un dono prezioso, il regalo fu il Monte della Verna. La Verna fu donata a Francesco affinché egli sconfiggesse il "male" che vi si annidava e liberasse il luogo dai pericoli, dalla paura, dal peccato e dal maligno. La zona era tanto temuta che …"il conte stesso volle accompagnare insieme con 50 soldati per timore dei ladri e delle fiere che infestavano il bosco"…, San Francesco, come recitava una iscrizione affissa presso la Cappella delle Stimmate. Le parole del nobile che accompagnarono cotanto dono sono rimaste scritte:

Io ho in Toscana uno monte divotissimo il quale si chiama monte della Vernia, lo quale è molto solitario e salvatico ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza, in luogo rimosso dalle gente, o a chi desidera fare vita solitaria. S’egli ti piacesse, volentieri Io ti donerei a te e a’ tuoi compagni per salute dell’anima mia. (Fioretti di San Francesco –I° Considerazione sulle stimmate”).

Francesco accettò il dono molto volentieri, creando alla Verna uno dei più importanti romitori dell’Ordine Francescano e non dimentichiamoci che proprio su quel monte egli ricevette le stimmate. La stanza dove si tenne il colloquio tra i due (il conte Orlando Cattani e San Francesco) è stata trasformata in cappella e conserva il soffitto di legno a cassettoni in parte originale. Nella stanza troviamo anche un altare in legno dipinto e su questo una tela del pittore Ciro Pavisa, raffigurante “Il miracolo delle stimmate” di San Francesco.

Pensate che la visita a San Leo sia finita qui?! Vi sbagliate di grosso!

· Abbiamo ancora da visitare una delle meraviglie del nostro borgo, la “Rocca di San Leo”.

La storia di questo fortilizio difensivo è molto antica; la prima traccia risale ad una costruzione romana del III secolo, poi i documenti (Procopio, La guerra gotica, II, 11, 1-4), ci rimandano alla data del 538, quando Vitige re dei Goti per prepararsi allo scontro con Belissario (guerra greco-gotica 535-553) generale delle truppe bizantine, collocò un presidio di 500 uomini. Lo storico Procopio di Cesarea, inoltre, menziona San Leo tra le roccaforti della regione.

Rocca di San Leo


Nella seconda metà del 700 i Longobardi si impadronirono della rocca e prima con re Astolfo e poi con re Desiderio, il vecchio fortilizio venne modernizzato, costruendo protezioni in muratura. Desiderio fu poi sconfitto dalle truppe dell’esercito Franco e San Leo venne restituita alla Chiesa.

Nel IX secolo la rocca è ancora proprietà della Chiesa come riporta il documento denominato “ Placito feretrano”, 20 febbraio 885, dove si parla dei diritti terrieri che il vescovo di Rimini vantava sul monastero di San Marino, documento redatto alla presenza anche del duca Orso, capo della Pentapoli montana che donò, come abbiamo già visto, il bellissimo ciborio alla Pieve di Santa Maria Assunta.

Non tutti sanno che San Leo per due lunghi anni (causa assedio) fu anche capitale del Regno Italico dal 962 al 964, quando Berengario II marchese d’Ivrea (ultimo sovrano del Regno Italico), dopo essere stato sconfitto nella battaglia di Pavia nel dicembre del 961 dall’imperatore Ottone I, si rifugiò nel ben munito fortilizio di San Leo, con tutti i tesori portati via durante la fuga dalla città di Brescia con la moglie Willa e tutta la sua corte. Berengario fece rafforzare le difese della rocca munendo lo stesso borgo di altre torri difensive, ma la storia l’aveva già condannato, infatti riuscì a resistere eroicamente per due anni all’assedio posto dall’esercito imperiale di Ottone I, prima di cedere solo per fame e morire imprigionato a Bamberga in Germania nel 996.

Ottone I il Grande soggiornò per qualche tempo a San Leo, che venne immancabilmente restituita alla Chiesa come donazione; la presenza dell’imperatore è documentata da alcuni diplomi da lui rilasciati durante il suo soggiorno (“In Monte Feretrano ad Sanctum Leonem” e “In monte Feretri ad petram Sancti Leonis”).

L'altro lato della rocca


L’inizio delle lotte per l’investiture, segna anche l’inizio della gloria della casata che più a lungo dominò San Leo facendo della fortezza la propria dimora, quella dei conti di Montecopiolo e Carpegna (poi chiamati conti di Montefeltro). Nel 1152 fu eletto imperatore Federico I, il Barbarossa, il quale per i servigi militari ricevuti dalla casata dei Montecopiolo donò a questa il borgo e la fortezza di San Leo. In mano ai Montefeltro sia il borgo che la fortezza vennero rinforzate.


Le alterne vicende storiche di questa nobile famiglia ci portano fino alla data 1446, quando Guido da Montefeltro duca di Urbino (titolo concesso nel 1226 da Federico II di Svevia a Taddeo e Buonconte da Montefeltro) riuscì a riconquistare la fortezza, strappandola ai Malatesta di Rimini. Infatti nel 1466, verranno fatte quelle modifiche decisive che connotano ancora oggi la struttura rinascimentale dello splendido edificio militare. Opere di rafforzamento e di modernizzazione, rese necessarie dall’invenzione in quegli anni delle armi da fuoco, che rendevano le vecchie difese totalmente inefficaci di fronte a queste nuove tecnologie belliche. L’opera di ristrutturazione venne affidata all’architetto senese Francesco di Giorgio Martini. Un’ottima descrizione del lavoro svolto dall’architetto toscano è riportata nel libro di Papini Roberto, Francesco di Giorgio architetto, Firenze, Electa, 1946, 3 vol:

Il progetto d'ampliamento della rocca di San Leo fu eseguito in due tempi: in un primo momento, al fine di garantire una maggiore sicurezza, si edificò una cinta fortificata avanzata sul lato che era forse più vulnerabile; e, solo in un secondo tempo, si adeguarono alle nuove esigenze militari e di rappresentanza le parti abitative di tutto il complesso.
Si procedette all'opera di consolidamento delle strutture difensive preesistenti, all'accrescimento del perimetro fortificato attraverso la costruzione della doppia cortina avanzata con i suoi due torrioni cilindrici ed il puntoncino a pianta semicircolare.
Martini aggiunse, oltre ad un'ala residenziale ed alla cortina con le torri scarpate ai fianchi, anche due torrioni più bassi che difendevano il fianco curvo e scosceso del monte e che franarono successivamente a valle; essi sono ancora visibili nella riproduzione vasariana conservata nel Palazzo Vecchio a Firenze.
Un nuovo restauro si apportò, per esigenze sia abitative sia difensive, nel 1516 da parte dell'architetto Gianbattista dalla Valle da Urbino, e dal Sanmicheli con Antonio da Sangallo nel 1526.

Torrione della rocca di San Leo


Poi la fortezza come abbiamo più sopra riportato, passerà sotto il controllo dei Medici, di nuovo ai Della Rovere, ed ancora alla madre Chiesa, fino a perdere gradatamente la sua connotazione militare per acquisire quella di durissimo carcere papale.

In queste celle trovò la morte il celebre alchimista Giuseppe Balsamo, in arte Cagliostro.

Di questa prigionia ne fanno fede i documenti presenti nell’Archivio di Stato di Pesaro, dei quali riporto alcune stralci di lettere:

Lettera del Cardinale De Zelada al Cardinale Doria, 16 aprile 1791:

Ho consegnato questa mia umilissima, perché la faccia pervenire a mani dall’E. V. dall’aiutante de’Corsi, a cui è stato affidato il trasporto alla fortezza di San Leo di Giuseppe Balsamo, denominato conte di Cagliostro, per esservi ritenuto sua vita natural durante, senza speranza di grazia, e sotto stretta custodia. Affinché all’E.V. sien noti gli ordini e le istruzioni che per espresso comando di N.S. ho ingiunti a quel castellano, mi do l’onore di accluderle copia della lettera, che con questo stesso corso di posta gli dirizzo. Non dubita il Santo Padre ch’egli si farà un attento, e premuroso dovere per l’esatto loro adempimento: riposa peraltro intieramente la Santità Sua nello zelo e nell’avvedutezza dell’E.V., persuaso , che non lascerà di prendere tutti i mezzi onde vengano eseguiti i suoi ordini e le sovrane disposizioni. [ ...]

La notizia della morte di Cagliostro fu trasmessa a Roma dal conte Sempronio Semproni con la massima ufficialità:

Reco con questa mia umilissima alla E. V. la notizia qualmente nel giorno 26 dell’andante verso il mezzogiorno, fu colpito da forte apoplessia il rilegato Giuseppe Balsamo detto Cagliostro: per cui fu dalla guardia ritrovato affatto privo di sentimenti e cognizione. Inutilmente furono da professori posti in opera i rimedi dell’arte per scuoterlo dal suo letargo, all’applicazione dei quali fu trovato insensibilissimo. Infruttuosi egualmente riuscirono gli sforzi del parroco e dei sacerdoti per ottenere dal moribondo un qualche segno di ravvedimento. In tale stato sopravvisse fin circa le ore quattro della stessa sera in cui dovette cedere alla violenza del male e spirò. Per istruzione del nostro Mons. Vescovo è stato questi (per essere sempre vissuto con massime decise da vero eretico, né avere mai dati segni di respicenza) sepolto fuori di luogo sacro e senza formalità alcuna ecclesiastica.

Le numerose leggende che mettono in dubbio la veridicità della morte del Conte Cagliostro e della sua sepoltura, sono spazzate via da questa testimonianza oculare di Marco Perazzoni, morto all’età di 96 anni nel 1882, riportata da L.Rusticucci nel suo libro intitolato Prigionia e morte di Cagliostro nella fortezza di San Leo (Guaraldi Editore, Rimini, 1993):

Quando il conte morì io avevo sette anni e mi ricordo benissimo il suo seppellimento. Il cadavere, tutto vestito, posto sopra una mezza porta di legno, venne portato a spalla da quattro uomini, i quali, usciti dal castello, scesero verso la spianata. Essi erano affaticati e sudavano (era di agosto) e, per riposarsi, ad un certo punto deposero il cadavere sopra il parapetto di un pozzetto, che ancora esiste, e andarono a bere un bicchiere di vino. Poi tornarono, ripresero il tragitto e giunsero al luogo del seppellimento. Io -che ero tenuto per mano da un mio parente- seguii il triste e misero convoglio che, non assistito da nessun sacerdote, assumeva un sinistro carattere di diabolica desolazione. A quella vista i rari passanti si allontanavano frettolosi facendosi il segno della Croce. Scavata la fossa, vi calarono il morto: sotto il capo misero un grosso sasso e sul viso un vecchio fazzoletto, quindi lo ricopersero di terra. Quel vecchio fazzoletto rappresentava la pietà umana. Qualche anno dopo vennero i polacchi ad occupare il forte e dettero la libertà ai condannati, che scavata la fossa insieme a dei soldati, presero il cranio del Cagliostro e vi bevvero dentro, nella cantina del conte Nardini di San Leo.

Come avete visto a San Leo ogni visitatore può trovare un’affascinante storia da seguire, quella militare, quella religiosa o persino quella misteriosa, quindi come sempre, mio caro viaggiatore, buon divertimento!!!!

Serata alla festa medievale di San Leo


Autore: Gianni Mafucci